
Il successo non è solo fortuna: quando facciamo fatica a riconoscere il nostro valore
«Homo faber fortunae suae» — l’uomo è artefice della propria sorte.
Recentemente ho iniziato una nuova esperienza professionale come consulente psicologa in ambito aziendale, entrando in un contesto nel quale la psicologia incontra le persone non soltanto nella loro dimensione individuale, ma anche nei ruoli, nelle relazioni, nei gruppi e nelle dinamiche organizzative. Per me significa portare la lente sistemico-relazionale in un sistema differente da quello della stanza di terapia: un luogo nel quale identità professionale, appartenenza, responsabilità e riconoscimento si intrecciano quotidianamente.
L’inizio di questo nuovo percorso mi ha portata a riflettere anche sul modo in cui attribuiamo significato ai nostri traguardi professionali. Quando arriva una nuova opportunità può accadere di pensare: «Sono stata fortunata», «È capitato al momento giusto», quasi come se riconoscere il proprio contributo significasse peccare di presunzione. Eppure tra il pensare che tutto dipenda da noi e il credere che tutto sia frutto del caso esiste uno spazio molto più realistico: quello nel quale possiamo riconoscere le opportunità incontrate, ma anche le competenze, le esperienze, le relazioni e le scelte che ci hanno permesso di trasformarle in qualcosa di concreto.
«Homo faber fortunae suae»: l’uomo è artefice della propria sorte. La massima latina, tradizionalmente attribuita ad Appio Claudio Cieco, offre un interessante punto di partenza. Attribuire un risultato anche alle circostanze esterne non è di per sé un errore: nessun percorso professionale nasce nel vuoto. La difficoltà emerge quando la fortuna diventa la spiegazione quasi esclusiva dei risultati positivi, mentre gli insuccessi vengono ricondotti con maggiore facilità a caratteristiche personali: «ho sbagliato perché non sono abbastanza capace». Si crea così un’asimmetria: ciò che funziona appartiene al caso, ciò che non funziona diventa una prova della propria inadeguatezza.
Il bias che ridimensiona le proprie capacità
La mente non registra la realtà come una fotografia neutra: la interpreta attraverso schemi, aspettative e convinzioni costruiti nel tempo. I bias cognitivi sono scorciatoie attraverso cui organizziamo una realtà complessa e fanno parte del normale funzionamento psicologico. Possono però diventare limitanti quando ci conducono sistematicamente verso interpretazioni svalutanti di noi stessi. Una persona può raccogliere numerose prove della propria competenza — risultati, feedback positivi, incarichi ricevuti, obiettivi raggiunti — e continuare a considerarle eccezioni.
In questi casi il successo non viene realmente negato: viene riattribuito. «È andata bene, ma non per merito mio». Più precisamente, possiamo parlare di uno stile attributivo che tende a collocare all’esterno le cause dei risultati positivi e che può intrecciarsi con bias coerenti con una rappresentazione fragile di sé. Se penso di non essere sufficientemente competente, riconoscere pienamente un successo mi costringe ad aggiornare quell’immagine; attribuirlo alla fortuna permette invece di lasciare intatta la vecchia convinzione.
Il risultato positivo, così, non riesce a consolidare il senso di autoefficacia e ogni nuovo traguardo sembra dover ripartire da zero. Nel tempo questo meccanismo può alimentare bisogno di conferme, perfezionismo, paura dell’errore e difficoltà ad assumere ruoli di maggiore responsabilità. Non si tratta quindi di negare il peso delle circostanze, ma di imparare a costruire attribuzioni più equilibrate, capaci di includere anche ciò che la persona ha fatto, appreso e costruito.
La sindrome dell’impostore: quando il successo non basta a sentirsi competenti
È proprio in questo territorio che può emergere quella che viene comunemente definita sindrome dell’impostore. Chi la sperimenta può possedere competenze reali, avere un curriculum solido, ricevere riconoscimenti e raggiungere obiettivi importanti, continuando tuttavia a percepirsi come qualcuno che occupa un posto che non gli appartiene davvero. Il timore sottostante è spesso che gli altri abbiano sopravvalutato le sue capacità e che, prima o poi, questa presunta discrepanza venga scoperta.
La sindrome dell’impostore non è una diagnosi clinica, ma un’esperienza psicologica che può presentarsi con intensità diverse e avere conseguenze concrete nella vita professionale. Talvolta produce un paradosso: più la persona ottiene risultati, più sente di dover dimostrare di meritarli. Il successo, invece di rassicurare, aumenta la pressione. Possono comparire perfezionismo, controllo, difficoltà a delegare, confronto continuo con gli altri e paura che un singolo errore possa cancellare tutto ciò che è stato costruito.
La competenza viene allora vissuta non come una risorsa sufficientemente stabile, ma come qualcosa che deve essere continuamente confermato attraverso nuove prestazioni. In questa dinamica persino il riconoscimento può diventare difficile da accogliere: un complimento viene minimizzato, un avanzamento viene attribuito alle circostanze, mentre un errore assume un peso sproporzionato. Il rischio è che la persona continui a raggiungere obiettivi senza riuscire realmente a farli diventare parte della propria storia di efficacia.
Una lettura sistemico-relazionale: dove impariamo a riconoscere il nostro valore?
Da una prospettiva sistemico-relazionale, il rapporto con il successo non può essere letto soltanto come una caratteristica individuale. Il modo in cui impariamo a riconoscere — o a ridimensionare — le nostre capacità prende forma all’interno delle relazioni significative e dei sistemi ai quali apparteniamo. Famiglia, scuola, gruppi sociali e, successivamente, organizzazioni professionali partecipano alla costruzione dei significati associati al merito, all’ambizione, all’errore e al riconoscimento.
In alcune storie familiari essere molto visibili può essere stato implicitamente associato al rischio di esporsi al giudizio; in altre il valore personale può essere stato legato soprattutto alla prestazione; in altre ancora ricevere un complimento può aver generato imbarazzo più che soddisfazione. Questi apprendimenti non determinano rigidamente il futuro, ma possono diventare lenti attraverso cui interpretiamo ciò che accade anche nel lavoro. La domanda, allora, non è soltanto «perché questa persona non riconosce il proprio valore?», ma anche «all’interno di quali relazioni ha imparato a definirlo?».
Allo stesso modo, l’azienda costituisce un sistema relazionale. Un contesto che comunica prevalentemente attraverso la critica, riconosce poco i risultati o considera l’errore esclusivamente come fallimento può amplificare insicurezze già presenti. Un’organizzazione capace di offrire feedback chiari, responsabilità definite, possibilità di confronto e riconoscimento delle competenze può invece favorire una percezione più realistica del proprio contributo. La cultura organizzativa diventa quindi parte del modo in cui le persone imparano a pensarsi nel proprio ruolo.
Essere artefici della propria sorte: tra fortuna, competenze e auto-efficacia
La frase «l’uomo è artefice della propria sorte» rischierebbe di diventare ingiusta se interpretata come l’idea che tutto ciò che ci accade dipenda esclusivamente dalla volontà individuale. Esistono condizioni economiche, organizzative e relazionali che aprono o chiudono possibilità; esistono eventi imprevedibili e occasioni che arrivano senza essere state pianificate. Essere artefici significa piuttosto riconoscere la propria auto-efficacia: la capacità di agire dentro le condizioni date e di riconoscere il contributo personale alla propria traiettoria.
Una possibilità può essere casuale, ma le competenze con cui la affrontiamo spesso non lo sono. Sono il risultato di studio, esperienza, tentativi, errori, capacità di chiedere aiuto, relazioni costruite e disponibilità ad attraversare l’incertezza. Dire «ho avuto una buona opportunità e ho saputo utilizzarla» è molto diverso dal dire «è successo soltanto perché sono stata fortunata». Nel primo caso possono coesistere gratitudine per ciò che è arrivato dall’esterno e riconoscimento di ciò che abbiamo costruito.
Il passaggio importante non consiste quindi nell’eliminare la fortuna dal nostro vocabolario, ma nel darle la giusta proporzione. Possiamo essere grati per una possibilità e, nello stesso tempo, chiederci: che cosa ho fatto io perché questa possibilità potesse diventare qualcosa? Riconoscere il proprio contributo non è presunzione: è consapevolezza. Permette di integrare i successi nella propria storia senza ingigantirli né minimizzarli e di costruire un senso di autoefficacia più stabile, capace di tollerare anche l’errore senza trasformarlo in una definizione globale di sé.
Lo psicologo in azienda: dal valore individuale al benessere organizzativo
È proprio l’ingresso in questa nuova esperienza di consulenza aziendale ad avermi fatto osservare con ancora maggiore interesse quanto la dimensione psicologica attraversi la vita delle organizzazioni. Portare la psicologia in azienda non significa trasferire la stanza di terapia sul luogo di lavoro, né leggere ogni difficoltà professionale come un problema individuale. Significa piuttosto disporre di strumenti per comprendere come persone, ruoli, aspettative, comunicazione e relazioni si influenzino reciprocamente all’interno di un sistema.
La presenza dello psicologo in azienda può assumere così un valore preventivo e di sviluppo, oltre che di supporto. Attraverso formazione, osservazione dei processi, lavoro sui gruppi, colloqui individuali orientati al contesto professionale e supporto alla leadership, può aiutare a riconoscere risorse e criticità, favorire una comunicazione più funzionale e contribuire alla costruzione di una cultura nella quale il feedback non venga vissuto esclusivamente come giudizio ma come un’occasione di confronto e una restituzione utile alla crescita professionale. Può inoltre intercettare quei meccanismi che portano alcune persone a sovraccaricarsi per dimostrare continuamente il proprio valore o, al contrario, a rinunciare a opportunità per il timore di non essere all’altezza.
La lente sistemico-relazionale consente soprattutto di non isolare il lavoratore dal contesto. Una difficoltà individuale può essere mantenuta o amplificata da ruoli poco chiari, aspettative contraddittorie, modalità comunicative o dinamiche del gruppo; allo stesso modo, una risorsa individuale può esprimersi pienamente quando trova un sistema capace di riconoscerla e valorizzarla. Intervenire sul benessere organizzativo significa quindi lavorare contemporaneamente sulle persone e sulla qualità delle relazioni nelle quali quelle persone operano. Forse è proprio qui che la massima iniziale può essere riletta in una prospettiva più relazionale: siamo artefici della nostra storia, ma non la costruiamo mai completamente da soli. La fortuna può aprire una porta, il contesto può renderla più o meno accessibile, ma riconoscere ciò che abbiamo costruito ci permette di attraversarla con maggiore consapevolezza.