Rendere abitabile il proprio dolore: quando guarire non significa dimenticare
«Rendere abitabile il proprio dolore significa dargli uno spazio, senza consegnargli tutta la casa.»
Ci sono dolori che vorremmo poter lasciare definitivamente alle nostre spalle.
Perdite, separazioni, relazioni che ci hanno ferito, esperienze traumatiche, delusioni o momenti della vita che hanno modificato qualcosa di profondo nel modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.
Spesso immaginiamo la guarigione come il momento in cui riusciremo finalmente a non sentire più nulla rispetto a ciò che è accaduto. Come se stare bene significasse dimenticare, chiudere una porta e non avere più bisogno di tornarci.
Ma la nostra storia non funziona sempre così. Ci sono esperienze che non possono essere cancellate e forse non hanno nemmeno bisogno di esserlo. Hanno bisogno, piuttosto, di trovare un posto.
Rendere abitabile il proprio dolore significa imparare a riconoscerlo, attraversarlo e integrarlo senza permettergli di diventare l‘unico luogo dal quale osserviamo noi stessi, le nostre relazioni e il futuro.
Quando il dolore occupa tutta la casa
Un’esperienza dolorosa non rimane necessariamente confinata al momento in cui è avvenuta. Può continuare a vivere nel modo in cui interpretiamo ciò che accade dopo.
Una relazione nella quale siamo stati feriti può portare all’aspettativa esserlo nuovamente. Un abbandono può trasformarsi nella paura che chi amiamo possa andarsene. Un fallimento può diventare la prova che utilizziamo per dirci di non essere abbastanza.
Allo stesso modo, un’esperienza traumatica può continuare a riemergere attraverso immagini, emozioni, pensieri, sensazioni corporee o reazioni che sembrano appartenere interamente al presente, ma le loro radici affondano nel passato.
È come se una stanza della nostra casa interiore avesse iniziato lentamente a invadere tutte le altre. Il dolore non riguarda più soltanto ciò che mi è accaduto, ma rischia di trasformarsi in ciò che penso di essere, ciò che mi aspetto dagli altri o ciò che credo continuerà ad accadermi.
Per proteggerci possiamo allora iniziare a evitare persone, situazioni, emozioni o nuove possibilità. E strategie nate con la funzione di proteggerci possono finire, nel tempo, per restringere il nostro spazio vitale. La sofferenza non occupa più soltanto una stanza: iniziamo a chiudere anche le altre per paura di doverla attraversare.
Rendere abitabile il dolore non significa allora abituarsi alla sofferenza. Significa poterle restituire dei confini, affinché ciò che è accaduto possa appartenere alla nostra storia senza diventare necessariamente la lente attraverso cui leggiamo tutto ciò che verrà dopo.
Mrs Dalloway: quando il passato continua ad abitare il presente
C’è un romanzo che racconta in modo straordinariamente delicato questa convivenza tra ciò che siamo, ciò che siamo stati e ciò che avremmo potuto essere: Mrs Dalloway di Virginia Woolf.
La vicenda si svolge nell’arco di una sola giornata. Clarissa Dalloway attraversa Londra, compra dei fiori, prepara una festa, incontra persone. Apparentemente, il presente scorre. Eppure dentro di lei continuano ad esistere altri tempi. Bourton. Peter Walsh. Sally Seton. Le scelte compiute e quelle soltanto immaginate. La donna che è diventata e i desideri che non si sono realizzati ma che, non per questo, sono completamente scomparsi.
Attraverso il flusso di coscienza, Woolf ci mostra qualcosa di profondamente umano: il passato non rimane necessariamente alle nostre spalle. Può continuare ad abitare il presente. Clarissa non è soltanto la donna che sta organizzando una festa nell’alta società londinese. Dentro di lei convivono la ragazza che è stata, i desideri che ha conosciuto, le rinunce, le relazioni perdute, le possibilità non percorse e la consapevolezza del tempo che passa. Il suo dissidio interiore nasce anche da questa faticosa convivenza.
Non possiamo eliminare tutte le nostre versioni precedenti per diventare ciò che siamo oggi. Alcune continueranno ad accompagnarci. Alcuni ricordi continueranno a emozionarci. Alcune scelte potranno ancora farci domandare chi saremmo diventati percorrendo un’altra strada.
Accanto a Clarissa, Woolf costruisce poi la storia di Septimus Warren Smith, reduce della Prima guerra mondiale e profondamente segnato dall’esperienza traumatica della guerra. I due personaggi non si incontrano, eppure le loro esistenze sembrano continuamente rispecchiarsi.
In Septimus il passato irrompe drammaticamente nel presente. Clarissa, pur attraversata dalle proprie inquietudini e dalla consapevolezza della fragilità dell’esistenza, continua invece a cercare un modo per stare dentro la vita. Quando, durante la festa, viene a conoscenza della morte di Septimus – un uomo che non ha mai incontrato – Clarissa si allontana per un momento dagli altri.
In quella sospensione, vita e morte, paura e desiderio di esistere sembrano avvicinarsi. Woolf non ci consegna una protagonista finalmente pacificata con se stessa. Ci mostra qualcosa di forse più autentico: la possibilità di continuare ad abitare la propria vita anche quando dentro di noi esistono stanze che non sono state completamente riordinate.
Rendere abitabile il proprio dolore, allora, non significa chiudere definitivamente la porta sul passato. Significa poterla aprire senza essere ogni volta costretti a rimanere lì ma possedere la capacità di scegliere quando e come varcarla.
Il dolore dentro le relazioni: una prospettiva sistemico-relazionale
ll dolore, tuttavia, non esiste soltanto dentro di noi.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, ciò che viviamo acquista significato anche all’interno delle relazioni e dei contesti ai quali apparteniamo. La nostra storia personale si intreccia con quella familiare, con le esperienze di appartenenza, con i messaggi ricevuti nel tempo e con i modi attraverso i quali abbiamo imparato a stare nella vulnerabilità, nella perdita, nel conflitto e nella sofferenza.
Ci sono famiglie nelle quali il dolore può essere raccontato e condiviso. Altre nelle quali bisogna essere forti, andare avanti, non pensarci. In alcune relazioni impariamo che mostrare una fragilità significa poter essere accolti. In altre impariamo che è più sicuro nasconderla. Anche le strategie che utilizziamo per proteggerci non nascono nel vuoto. Possono essersi costruite nel tempo proprio all’interno delle nostre esperienze relazionali.
Per questo, in psicoterapia, comprendere un’esperienza dolorosa significa spesso andare oltre
la domanda: «Che cosa mi è successo?» Che significato ha assunto per me ciò che è successo? Che cosa ho imparato su me stesso
e sugli altri attraverso questa esperienza? Come ha modificato il mio modo di stare nelle relazioni? Quali strategie ho costruito per proteggermi? Quelle strategie mi proteggono ancora oggi oppure stanno iniziando a limitarmi?>>
Rendere abitabile il proprio dolore significa quindi anche ricollocarlo all’interno della trama della propria storia, comprendendo i significati che abbiamo costruito intorno ad esso e aprendoci alla possibilità di costruirne di nuovi.
Elaborare e integrare il dolore: EMDR, accettazione e consapevolezza
Ci sono esperienze che appartengono al passato dal punto di vista cronologico, ma che continuano ad avere una forte presenza emotiva nel presente. Un’immagine. Una parola. Un luogo. Un odore. Una situazione relazionale.
A volte è sufficiente un elemento apparentemente piccolo perché emozioni, pensieri e sensazioni corporee associate a un’esperienza precedente si riattivino con grande intensità. È come se una stanza della nostra casa interiore fosse rimasta ferma a quel momento.
In questi casi, rendere abitabile il proprio dolore non significa semplicemente imparare a sopportarlo. Può significare permettere a ciò che è rimasto emotivamente sospeso di essere elaborato e integrato nella propria storia.
All’interno di un percorso psicoterapeutico può inserirsi, quando indicato, il lavoro con l’EMDR – Eye Movement Desensitization and Reprocessing – un approccio psicoterapeutico utilizzato in particolare nel trattamento delle esperienze traumatiche e dei ricordi disturbanti. L’obiettivo non è cancellare il ricordo. Ciò che è accaduto continua ad appartenere alla nostra storia. Può però modificarsi il modo in cui quell’esperienza viene vissuta nel presente: il ricordo può perdere parte della propria capacità di riattivare automaticamente lo stesso livello di sofferenza, mentre possono emergere connessioni e significati più adattivi. Possiamo ricordare senza essere ogni volta costretti a tornare emotivamente nello stesso luogo.
Un’esperienza non sufficientemente elaborata può continuare, infatti, a influenzare il modo in cui interpretiamo noi stessi e le nostre relazioni: non sono al sicuro. Non posso fidarmi. Non valgo abbastanza. Sarò nuovamente abbandonato. Succederà ancora. Il presente rischia così di essere continuamente interpretato attraverso le lenti di qualcosa che appartiene al passato.
Nel mio lavoro clinico, l’EMDR può essere integrato all’interno della cornice sistemico-relazionale, mantenendo quindi attenzione non soltanto all’esperienza vissuta, ma anche ai significati che essa ha assunto nella storia della persona e nelle sue relazioni. Elaborare una ferita non significa cancellare una stanza dalla propria casa. Significa poter entrare e uscire senza rimanervi intrappolati.
Rendere abitabile il dolore significa anche distinguere l’accettazione dalla rassegnazione. Accettare ciò che è accaduto non significa considerarlo giusto, minimizzarlo o smettere di desiderare che fosse andata diversamente. Significa riconoscere che quella parte della nostra storia esiste senza dover impiegare continuamente le nostre energie nel tentativo di cancellarla.
Accettazione ed elaborazione, in questo senso, possono incontrarsi. Elaborare permette di modificare il modo in cui alcune esperienze continuano a vivere dentro di noi; accettare significa anche imparare a fare spazio alle emozioni e ai pensieri che appartengono alla nostra esperienza senza dover necessariamente combattere contro la loro presenza.
All’interno della mia cornice clinica sistemico-relazionale, strumenti provenienti dalla Mindfulness e alcuni principi dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) possono essere integrati proprio per favorire una maggiore consapevolezza della propria esperienza interna e una relazione differente con pensieri ed emozioni difficili. Il punto, però, non è diventare impermeabili alla sofferenza. È recuperare possibilità. Poter costruire una nuova relazione senza lasciare che sia soltanto una ferita precedente a decidere quanto possiamo fidarci. Poter affrontare qualcosa di nuovo senza aspettare che ogni paura sia scomparsa. Poter tornare a desiderare anche dopo aver sperimentato una perdita.
Poter riconoscere ciò che siamo stati senza rinunciare a ciò che possiamo ancora diventare.
In questo senso, guarire non coincide necessariamente con il non provare più dolore. A volte coincide con il momento in cui quel dolore smette di scegliere al posto nostro.
La casa resta nostra
Forse una delle immagini più realistiche della guarigione non è quella di una casa finalmente svuotata da ogni dolore. È quella di una casa che possiamo tornare ad abitare interamente. Una casa nella quale esiste anche una stanza che custodisce ciò che abbiamo perso, ciò che ci ha ferito, le persone che non ci sono più, le possibilità che non abbiamo vissuto o le versioni di noi stessi che abbiamo dovuto lasciare andare.
Possiamo entrarci qualche volta. Possiamo commuoverci ancora. Possiamo scoprire che alcuni giorni quella stanza fa più male di altri.
Ma possiamo anche uscirne. Aprire una finestra. Attraversare il corridoio. Entrare in altre stanze. Accorgerci che, nel frattempo, abbiamo continuato a costruire.
Forse è proprio questo che Virginia Woolf ci suggerisce attraverso Clarissa Dalloway: il passato può continuare a vivere dentro di noi senza necessariamente impedirci di tornare alla vita.
La psicoterapia non cancella la nostra storia. Può aiutarci a costruire un rapporto diverso con essa, a riconoscere i fili rossi che collegano passato e presente e, quando necessario, a elaborare quelle esperienze che continuano a irrompere nell’oggi come se il tempo non fosse trascorso.
Non dobbiamo demolire la casa perché una stanza continua a farci male. Possiamo imparare ad abitarla diversamente.
Il dolore può appartenere alla nostra casa senza diventare la nostra casa.
E forse guarire significa proprio questo: non chiedere più al passato di scomparire per concederci il permesso di tornare pienamente nel presente.