
Separarsi senza smettere di appartenere
«Chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria.»
Italo Calvino, Il barone rampante
Sei al lavoro. Hai preparato con cura un progetto, svolto un compito o preso una decisione. Poi arriva un’osservazione del responsabile, una critica di un collega, oppure semplicemente la sensazione che qualcuno non sia convinto di ciò che hai fatto.
Quello che potrebbe restare un feedback sul lavoro diventa qualcosa di più: «Forse non sono abbastanza capace». Ti porti quella frase dietro per ore e inizi a mettere in discussione non soltanto ciò che hai fatto, ma il tuo valore.
E non succede soltanto al lavoro. Un partner non comprende una nostra scelta. Un genitore manifesta disappunto. Un amico interpreta diversamente qualcosa che abbiamo fatto. Cambiano le situazioni, ma sullo sfondo rimane la stessa domanda: quanto riesco a rimanere me stesso quando qualcuno importante per me pensa qualcosa di diverso da ciò che penso io?
A volte chiamiamo tutto questo insicurezza o scarsa autostima. Ma c’è una questione relazionale più sottile: la capacità di distinguere il giudizio dell’altro dalla definizione che abbiamo di noi stessi.
È qui che il concetto di differenziazione diventa concreto. Non significa diventare impermeabili allo sguardo degli altri, né smettere di desiderarne l’approvazione. Significa poter ascoltare ciò che l’altro pensa senza essere costretti a trasformarlo immediatamente in una verità su di noi.
Forse è per questo che Il barone rampante di Italo Calvino offre un’immagine così potente. Cosimo sale sugli alberi, ma non scompare. Continua a osservare, incontrare, amare, conoscere, partecipare.
Prende distanza senza smettere di appartenere.
Ed è proprio quella distanza a permettergli di trovare una posizione propria.
A cosa serve differenziarsi?
Quando parliamo di svincolo rischiamo di immaginare soprattutto un movimento di separazione: andare via, rendersi indipendenti, non avere più bisogno. Ma nella mia esperienza clinica la questione interessante è spesso un’altra: quanto riusciamo a essere noi stessi mentre siamo ancora profondamente legati agli altri? Perché è relativamente semplice sentirsi sicuri delle proprie scelte quando nessuno le mette in discussione. Più difficile è continuare a riconoscerle come nostre quando una persona importante non le comprende, le critica o ne rimane delusa.
A volte questo processo si nasconde in gesti piccolissimi. Prima di prendere una decisione ci chiediamo cosa ne penseranno gli altri. Prepariamo mentalmente tutte le spiegazioni necessarie per giustificarla. Anticipiamo la reazione di un genitore, del partner, di un responsabile. E senza rendercene conto, la domanda «cosa desidero?» viene preceduta da un’altra: «come reagiranno?». Non c’è nulla di sbagliato nel tenere conto dello sguardo altrui; diventiamo, anche, attraverso le relazioni. La difficoltà nasce quando quello sguardo diventa l’unico criterio attraverso cui attribuiamo valore a ciò che facciamo.
È ciò che può accadere anche sul lavoro. Un responsabile osserva che qualcosa poteva essere fatto diversamente e, invece di fermarci sul comportamento o sul compito, la valutazione si allarga: «non sono capace», «non sono all’altezza», «forse gli altri si sono accorti che valgo meno di quanto pensavano». Il feedback smette di essere un’informazione e diventa quasi una definizione di noi. In questi momenti differenziarsi significa creare un confine interno tra ciò che è accaduto e ciò che concludiamo sulla nostra identità.
A rendere ancora più intenso questo meccanismo può contribuire quello che in psicologia viene definito effetto spotlight: la tendenza a sovrastimare quanto gli altri osservino e ricordino i nostri errori, le nostre esitazioni o ciò che viviamo come una mancanza. È come se, nel momento in cui qualcosa non riesce come avremmo voluto, su di noi si accendesse improvvisamente un riflettore. Immaginiamo che ciò che per noi è diventato enorme sia altrettanto evidente agli occhi degli altri.
E così una correzione può continuare a risuonare molto dopo che la conversazione è terminata. Ripensiamo alle parole utilizzate, al tono, all’espressione dell’altro; immaginiamo cosa possa aver pensato di noi e, qualche volta, persino cosa potrebbero pensare gli altri se venissero a conoscenza dell’errore.
Il riflettore che sentiamo addosso, però, spesso è molto più intenso dentro di noi che nello sguardo degli altri.
Anche qui differenziarsi significa recuperare una misura: riconoscere ciò che è accaduto senza permettere a quell’episodio di occupare l’intero campo attraverso cui guardiamo noi stessi.
Differenziarsi non significa convincersi di avere sempre ragione o diventare impermeabili alle critiche. Al contrario, significa poter ascoltare l’altro, interrogarci, riconoscere un errore e perfino cambiare idea senza sentire che, insieme alla nostra posizione, venga messo in discussione tutto il nostro valore. Posso pensare «ho sbagliato» senza arrivare immediatamente a «sono sbagliata». Posso prendere qualcosa da ciò che l’altro mi restituisce e lasciare ciò che non riconosco come mio.
Posso lasciarmi interrogare dall’altro senza consegnargli completamente il compito di definirmi.
Cosimo: cambiare distanza senza spezzare il legame
È qui che Cosimo diventa, per me, un’immagine particolarmente potente. Nel Barone rampante sale sugli alberi dopo uno scontro familiare e decide di non scendere più. Letto superficialmente, il suo gesto potrebbe sembrare soltanto una ribellione: un ragazzo che, per affermare se stesso, abbandona il mondo della famiglia. Eppure Calvino costruisce qualcosa di più complesso. Cosimo non sceglie l’isolamento e non rinuncia alla vita degli altri: modifica il luogo dal quale può prendervi parte.
Dagli alberi continua a incontrare persone, leggere, conoscere, innamorarsi, partecipare alla vita della comunità. La distanza che crea non cancella i legami; gli permette di guardarli da una prospettiva diversa. È una distinzione importante anche nelle nostre storie: prendere distanza non equivale necessariamente ad allontanarsi affettivamente. A volte è proprio una distanza sufficiente a renderci possibile riconoscere ciò che sentiamo, ciò che desideriamo e ciò che, invece, abbiamo imparato a desiderare per non deludere qualcuno.
Cosimo non smette di appartenere. Cambia il punto dal quale appartiene.
Da troppo vicino, infatti, alcune aspettative possono sembrarci verità: devo essere così; non posso deludere; questa è la strada giusta; se scelgo diversamente farò soffrire qualcuno. Quando riusciamo a spostarci, anche solo interiormente, quelle certezze possono trasformarsi in domande: lo desidero anch’io? Quanto di questa aspettativa mi appartiene? Cosa accadrebbe se scegliessi qualcosa che l’altro non aveva immaginato per me?
Per questo non sempre andarsene significa essersi svincolati. Possiamo vivere lontanissimi dalla nostra famiglia e continuare a prendere ogni decisione immaginandone il giudizio. E possiamo, al contrario, restare geograficamente vicini ed essere riusciti a costruire confini sufficientemente solidi. Lo svincolo non si misura in chilometri. Si riconosce nella possibilità di scegliere senza dover trasformare ogni differenza in una rottura.
Posso tollerare che l'altro non sia d'accordo con me?
Forse una delle prove più concrete della differenziazione non è riuscire a dire ciò che pensiamo, ma riuscire a restare nella relazione dopo averlo detto. Dire un no è una cosa. Tollerare il volto deluso dell’altro dopo quel no è un’altra. Esprimere un bisogno è una cosa. Resistere alla tentazione di ritirarlo quando non viene accolto come speravamo è un’altra.
È spesso in questo spazio dove iniziamo a spiegare troppo, a giustificarci, a cercare le parole perfette che possano far sì che l’altro comprenda e, soprattutto, approvi. A volte continuiamo a spiegare non perché l’altro non abbia capito, ma perché facciamo fatica ad accettare che possa aver capito benissimo e continuare a pensarla diversamente. È una differenza sottile, ma importante: essere compresi non significa necessariamente essere approvati.
A volte due persone possono comprendersi e continuare a non essere d’accordo.
Tollerarlo richiede di rinunciare all’idea che una relazione sicura debba essere una relazione senza disaccordi. Il partner può non condividere una nostra scelta. Un genitore può esserne dispiaciuto. Un responsabile può avere una valutazione diversa dalla nostra. Possiamo ascoltare tutto questo senza dover necessariamente correggere noi stessi per ristabilire subito l’armonia. Il disaccordo, quando non diventa svalutazione o prevaricazione, può essere semplicemente il punto in cui due soggettività smettono di coincidere.
Penso a Persefone. Il suo mito racconta un movimento diverso da quello di Cosimo: non sale, scende. Attraversa un mondo altro, cambia posizione e, quando ritorna, non è semplicemente la stessa figura che era partita. Il legame con Demetra rimane, ma non può cancellare ciò che è avvenuto durante la separazione. Il ritorno, allora, non coincide con un ripristino: Persefone può tornare verso il mondo materno senza annullare la trasformazione che ha attraversato.
Forse anche nelle nostre relazioni accade qualcosa di simile. Possiamo tornare verso l’altro senza tornare indietro rispetto a noi stessi. Non sempre il compito è convincere chi amiamo che la nostra scelta sia giusta. A volte il compito è riuscire a rimanere in contatto anche quando quella scelta continua a non piacergli, riconoscendo che la differenza non equivale necessariamente alla perdita del legame.
Quando non dobbiamo più convincere l’altro
C’è un momento, nelle relazioni, in cui esprimere la propria posizione sembra non bastare. Abbiamo detto ciò che pensiamo, spiegato le nostre ragioni, provato a raccontare ciò di cui abbiamo bisogno. Eppure, se l’altro continua a non essere d’accordo, sentiamo che la conversazione non può ancora finire. Cerchiamo un’altra spiegazione, un esempio più efficace, parole diverse. Come se, da qualche parte, esistesse la formulazione giusta capace finalmente di farci comprendere e, soprattutto, di farci dare ragione.
Non sempre questo bisogno nasce dal desiderio di avere l’ultima parola. A volte dietro la necessità di convincere c’è qualcosa di molto più delicato: la difficoltà a sentire che una nostra scelta possa continuare ad avere valore anche quando una persona importante non la riconosce come tale. L’approvazione dell’altro diventa allora una sorta di conferma esterna della legittimità di ciò che sentiamo. Finché non arriva, rimaniamo sospesi: forse non mi sono spiegata abbastanza, forse sto sbagliando, forse dovrei ripensarci.
Trovare la propria altezza
Nel lavoro terapeutico sullo svincolo e sulla differenziazione non si tratta di insegnare a una persona a «staccarsi» dalla propria famiglia o a diventare indipendente da ogni sguardo esterno. Sarebbe un’idea di autonomia poco realistica e, forse, anche poco desiderabile: abbiamo bisogno degli altri, delle loro restituzioni, della possibilità di sentirci riconosciuti. Il punto è costruire, nel tempo, un criterio interno sufficientemente stabile da poter entrare in relazione senza dissolversi continuamente in ciò che l’altro pensa di noi.
Per questo in terapia può diventare importante ricostruire una storia: quale posto ho imparato a occupare? Cosa accadeva quando ero in disaccordo? Quanto spazio c’era per una posizione diversa? Quale parte di me riceveva approvazione? In quali momenti ho imparato che mantenere il legame significava adattarmi rapidamente alle aspettative altrui? Non per cercare colpe o stabilire chi abbia sbagliato, ma per comprendere come alcune modalità, un tempo utili a proteggere relazioni importanti, continuino a riapparire nella vita adulta.
Così ciò che abbiamo imparato nella nostra famiglia può ripresentarsi molti anni dopo davanti alla scrivania di un responsabile, in una discussione con il partner, nella difficoltà a chiedere qualcosa o nella paura di prendere una decisione che gli altri potrebbero non comprendere. La terapia può diventare uno spazio nel quale sperimentare una possibilità diversa: ascoltare senza obbedire automaticamente, dissentire senza sentire di aver distrutto il legame, riconoscere la delusione dell’altro senza trasformarla immediatamente in una colpa da riparare.
In questo senso differenziarsi non riduce necessariamente l’intimità. Può renderla più autentica, perché permette a due persone di restare vicine senza essere costrette a coincidere. Essere in relazione non significa avere sempre lo stesso sguardo, ma poter conservare un legame anche quando emergono due prospettive, due desideri, due modi differenti di stare nella stessa storia.
Ed è qui che le due immagini dell’articolo, quasi senza volerlo, si incontrano.
Cosimo sale. Persefone scende.
L’uno cerca la propria posizione tra i rami, l’altra attraversa un mondo sotterraneo. Sono movimenti opposti nello spazio, eppure entrambi raccontano la necessità di lasciare almeno per un momento il luogo conosciuto per poterlo guardare da un’altra posizione. Nessuno dei due cancella completamente il mondo da cui proviene: ciò che cambia è il modo in cui può tornarvi, abitarlo, riconoscerlo.
Forse diventare adulti significa proprio questo: trovare la propria altezza – o attraversare la propria profondità – per poter riconoscere da dove veniamo senza essere costretti a restare esattamente dove gli altri ci avevano immaginati.
A volte separarsi significa imparare, finalmente, ad appartenere senza rinunciare a sé.