
Cambiare senza tradire chi siamo stati
«Ciascuno si racconcia la maschera come può — la maschera esteriore. Perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori.» — Luigi Pirandello
Ci sono momenti della vita in cui cambiare sembra essere esattamente ciò che desideriamo. Vorremmo interrompere una relazione che ci fa soffrire, modificare alcune abitudini, scegliere diversamente, concederci un’opportunità o semplicemente smettere di reagire alle situazioni sempre nello stesso modo. Eppure, proprio quando il cambiamento diventa possibile, qualcosa sembra trattenerci. Non sempre si tratta soltanto di paura del nuovo. A volte ciò che rende difficile cambiare è qualcosa di più profondo: la sensazione che diventare diversi significhi tradire la persona che siamo stati fino a quel momento.
L’identità, infatti, non nasce nel vuoto. Da una prospettiva sistemico-relazionale prende forma anche attraverso le relazioni nelle quali cresciamo, le aspettative che incontriamo e gli sguardi attraverso cui impariamo a riconoscerci. Prima ancora di poter raccontare autonomamente chi siamo, qualcuno ha iniziato a raccontarci: quello forte, quella fragile, il figlio brillante, quella che non dà mai problemi, quello che potrebbe ottenere qualsiasi cosa se solo si impegnasse. Non necessariamente queste definizioni nascono con l’intenzione di limitarci. Spesso rappresentano semplicemente il modo attraverso cui una famiglia attribuisce significato alle differenze tra i suoi membri. Ma una descrizione, quando viene ripetuta abbastanza a lungo, può smettere di raccontare una parte di noi e diventare un confine invisibile entro cui continuiamo a riconoscerci.
Pirandello, in Uno, nessuno e centomila, racconta proprio la vertigine che nasce dalla scoperta di non coincidere completamente con l’immagine che abbiamo di noi stessi. Vitangelo Moscarda si confronta con l’esistenza di molteplici versioni di sé: quella che crede di conoscere e quelle che abitano lo sguardo degli altri. Anche psicologicamente questa intuizione è preziosa: non siamo soltanto ciò che pensiamo di essere, ma anche ciò che, nel tempo, gli altri hanno visto, nominato, aspettato e riconosciuto in noi. Per questo alcune identità possono diventare strette e, allo stesso tempo, difficili da lasciare. Anche quando ci fanno soffrire hanno qualcosa di rassicurante: sono conosciute. Sappiamo come muoverci al loro interno e sappiamo chi siamo quando le abitiamo.
Cambiare può allora significare entrare in un territorio nel quale non possediamo ancora una definizione di noi stessi. Ed è lì che alla domanda “Cosa voglio cambiare?” può sostituirsene una molto più destabilizzante: “Chi sono, se smetto di essere quello che sono sempre stato?”
Lip Gallagher: quando cambiare significa allontanarsi dalla propria storia
Uno dei personaggi che racconta in maniera particolarmente efficace questa tensione è Lip Gallagher nella serie televisiva Shameless. Lip cresce in un contesto familiare caratterizzato da precarietà, dipendenze, imprevedibilità e responsabilità assunte molto precocemente dai figli. All’interno di questo sistema occupa però una posizione particolare: possiede un’intelligenza nettamente superiore alla media e, proprio per questo, molte delle persone che incontra vedono in lui la possibilità concreta di una vita differente. Potrebbe andare via. Potrebbe studiare. Potrebbe trasformare il proprio talento in una possibilità di emancipazione. E, per un periodo, sembra effettivamente farlo.
L’ingresso al college rappresenta simbolicamente l’accesso a un mondo diverso da quello nel quale è cresciuto. Non è soltanto un cambiamento di ambiente: è l’incontro con una possibile versione alternativa di sé. Ed è proprio qui che la storia di Lip diventa psicologicamente interessante. Perché avere una possibilità non significa necessariamente riuscire ad abitarla. Lip continua a oscillare, infatti, tra l’immagine del ragazzo eccezionalmente intelligente che potrebbe costruirsi un futuro diverso e quella del Gallagher cresciuto nel caos, abituato a sopravvivere più che a progettare. Progressivamente alcune delle sue scelte compromettono proprio quelle opportunità che sembravano poterlo portare altrove. Anche il rapporto con l’alcol assume un significato particolarmente potente, perché crea una dolorosa continuità con la figura paterna di Frank.
Sarebbe però riduttivo leggere tutto questo semplicemente come auto-sabotaggio o mancanza di volontà. Una domanda forse più interessante è: quanto può essere destabilizzante riuscire, quando il successo ci conduce verso una persona che non abbiamo ancora imparato a riconoscere? Talvolta il fallimento appartiene al nostro vocabolario biografico molto più del successo. Conosciamo la frustrazione, la precarietà, la delusione, il dover ricominciare. Sappiamo come muoverci in quei territori. Il nuovo, invece, può non avere ancora parole e disorienta. Ed è così che persino una possibilità desiderabile può diventare minacciosa: non perché non la desideriamo abbastanza, ma perché ci costringe a domandarci se siamo davvero autorizzati a diventare qualcuno di diverso da ciò che la nostra storia sembrava aver previsto per noi.
Lealtà invisibili: perché differenziarsi può sembrare un tradimento
È a questo punto che il concetto di lealtà invisibili familiari può offrire una chiave di lettura preziosa. All’interno delle famiglie esistono legami che non passano soltanto attraverso ciò che viene detto esplicitamente. Esistono appartenenze, debiti simbolici, aspettative e forme di fedeltà che attraversano le generazioni e contribuiscono a definire il posto che ciascuno occupa nel sistema. Non significa che una persona ripeta consapevolmente la storia dei propri genitori o che ogni difficoltà individuale debba essere ricondotta alla famiglia. Significa piuttosto riconoscere che separarsi da un modello può essere emotivamente molto più complesso che dichiararsi contrari a quel modello.
Possiamo trascorrere anni dicendo: “Io non sarò mai come mio padre” oppure “Non voglio vivere la vita che ha vissuto mia madre”, continuando però a organizzare una parte importante della nostra identità proprio intorno a quel confronto. In questo senso, essere l’opposto di qualcuno non significa necessariamente essersene differenziati. Finché ho bisogno di essere non come te per sapere chi sono, tu continui in qualche modo a rappresentare il punto rispetto al quale definisco la mia posizione.
La vicenda di Lip e Frank può essere osservata anche attraverso questa lente. Lip vede con estrema lucidità molte delle fragilità del padre e ne sperimenta direttamente le conseguenze. Eppure la distanza critica da Frank non impedisce che alcuni elementi della sua storia sembrino ripresentarsi. La trasmissione intergenerazionale, però, non è una condanna e non segue un meccanismo deterministico. Non ereditiamo destini già scritti. Ereditiamo piuttosto modalità relazionali, rappresentazioni, significati, vulnerabilità e modi di affrontare la realtà che possiamo continuare a ripetere, modificare oppure interrompere. È proprio qui che le lealtà diventano “invisibili”: non perché siano misteriose, ma perché spesso agiscono dentro ciò che percepiamo semplicemente come il nostro modo di essere.
Cambiare può allora produrre una sensazione difficile da nominare: crescere più dei propri genitori, stare meglio di loro, scegliere relazioni differenti, avere successo dove loro hanno fallito può essere accompagnato non soltanto da soddisfazione, ma anche da colpa. Come se andare avanti significasse lasciare qualcuno indietro. Il processo di differenziazione familiare consiste invece nella possibilità di riconoscere che possiamo appartenere senza necessariamente ripetere.
Le storie che diventano identità
Le immagini costruite dagli altri, tuttavia, sono soltanto una parte del problema. Con il tempo diventiamo noi stessi custodi delle definizioni che abbiamo ricevuto. È allora che iniziano a comparire frasi apparentemente innocue: “Sono fatto così”, “Non sono una persona costante”, “Io rovino sempre tutto”, “Non riesco a fidarmi”, “Non sono portato per le relazioni”, “Sono sempre stata quella forte”. Sono affermazioni che sembrano descrivere un’identità, ma spesso raccontano una storia. La differenza è fondamentale.
Dire “in molte situazioni ho reagito in questo modo” lascia aperta la possibilità che, in condizioni diverse, possa imparare a reagire diversamente. Dire “io sono così” trasforma invece una modalità appresa in una caratteristica apparentemente immutabile. Il passato diventa identità. Ed è proprio per questo che alcune persone sperimentano un paradosso durante i processi di cambiamento: desiderano stare meglio, ma quando iniziano effettivamente a comportarsi in maniera diversa possono sentirsi strane, incoerenti o perfino “false”. Chi è sempre stato disponibile può sentirsi egoista quando mette un confine. Chi ha costruito la propria identità intorno alla forza può sentirsi fragile quando chiede aiuto. Chi ha imparato a evitare l’intimità può interpretare il bisogno dell’altro come una perdita di autonomia. Chi si è sempre considerato incapace di portare a termine qualcosa può sentirsi quasi fuori posto quando finalmente riesce. Non perché il cambiamento sia sbagliato, ma perché il nuovo comportamento non coincide ancora con l’immagine che quella persona possiede di sé.
Ogni trasformazione significativa contiene quindi anche una piccola esperienza di lutto. Per diventare qualcosa di nuovo dobbiamo, almeno in parte, salutare una versione precedente di noi stessi. E non tutte le versioni che lasciamo andare erano necessariamente negative. Alcune ci hanno protetto. Altre ci hanno permesso di sopravvivere in momenti nei quali non avevamo alternative migliori. Altre ancora ci hanno garantito un posto riconoscibile nelle nostre relazioni. Per questo il cambiamento psicologico non dovrebbe essere pensato come una guerra contro ciò che siamo stati. Possiamo riconoscere alcune vecchie strategie per ciò che ci hanno permesso di attraversare e, contemporaneamente, comprendere che oggi non abbiamo più bisogno di utilizzarle nello stesso modo.
Diventare genitori e interrompere la trasmissione intergenerazionale
Nelle ultime stagioni di Shameless, la genitorialità introduce nella storia di Lip un passaggio particolarmente significativo. Diventare padre non cancella improvvisamente le sue fragilità né trasforma il personaggio in una versione idealizzata di sé stesso. Lip continua a essere contraddittorio, impulsivo e attraversato dalle conseguenze della propria storia. Ed è proprio questo a rendere interessante la sua evoluzione.
Ma proprio questa riattivazione può aprire una domanda nuova: cosa voglio fare, oggi, con ciò che ho ricevuto? Non possiamo modificare la famiglia nella quale siamo cresciuti. Possiamo però lavorare sul significato che quella storia continua ad avere nel presente. La differenziazione avviene quando il passato smette di essere l’unico criterio attraverso cui decidiamo chi possiamo diventare. Lip rimane un Gallagher. Ma essere un Gallagher non deve necessariamente significare ripetere Frank.
Cambiare senza rinnegarsi: il ruolo della psicoterapia
Forse una delle convinzioni più dolorose che possono accompagnare il cambiamento è l’idea che per stare meglio sia necessario cancellare la persona che siamo stati. La psicoterapia può offrire una prospettiva differente. Cambiare non significa dichiarare sbagliata la propria storia, rinnegare la propria famiglia o diventare improvvisamente qualcuno che non ha più nulla a che fare con ciò che è stato. Significa ampliare le possibilità attraverso cui possiamo raccontarci.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, il lavoro terapeutico può aiutare la persona a osservare i significati che nel tempo ha attribuito a se stessa, i ruoli che ha occupato nelle proprie relazioni e le narrazioni che sono diventate così familiari da sembrare verità assolute. “Devo occuparmi sempre degli altri.” “Se deludo qualcuno, rischio di perderlo.” “Non posso essere più felice della mia famiglia.” “Se mostro fragilità, non sono più quello forte.” “Se cambio, gli altri non mi riconosceranno.” Portare queste narrazioni nello spazio terapeutico non significa necessariamente liberarsene come se fossero errori da correggere. Significa comprenderne la funzione, ricostruirne la storia e domandarsi se continuino a essere necessarie nel presente.
Possiamo allora scoprire che alcune parti di noi non devono essere eliminate, ma semplicemente collocate in una storia più ampia. La persona che siamo stati non è un ostacolo da distruggere. È una parte del percorso che ci ha condotti fin qui. Forse è proprio questa una delle sfide più profonde dell’età adulta: riuscire a riconoscere la propria storia senza sentirsi obbligati a obbedirle. Lip Gallagher non diventa improvvisamente un altro uomo. Non cancella Frank, non cancella l’infanzia, non cancella le proprie cadute. Ma nella possibilità di prendersi cura di sé e di qualcun altro compare progressivamente qualcosa che prima sembrava molto più difficile: la possibilità di scegliere quale parte della storia continuare a scrivere.
Ed è forse qui che il cambiamento smette di essere un tradimento. Possiamo lasciare andare alcune versioni di noi senza disprezzarle. Possiamo prendere distanza da ciò che abbiamo ricevuto senza negare le nostre radici. Possiamo appartenere alla nostra famiglia senza doverne ripetere ogni passaggio. Perché diventare diversi da ciò che siamo stati non significa necessariamente perdere noi stessi. A volte significa, finalmente, concederci di scoprire chi altro possiamo essere.