Riflessioni sull'anoressia e sulla bulimia
Come nella tossicodipendenza, nella quale spesso ci si avvicina alla sostanza perché si ha “fame d’amore”, così nell’anoressia, nella bulimia e nell’obesità il cibo assume un significato simbolico, relazionale ed affettivo che ha origine lontane. Il bambino, sin dalla nascita, conosce il mondo con e attraverso la bocca; egli comunica affettivamente ed emotivamente con gli altri, attraverso le sue sensazioni di fame, di sazietà, di gusto e di disgusto. Lo psicologo Spitz mette in evidenza che durante l’allattamento, la madre e il bambino sperimentano un’intimità psicofisica attraverso un intenso contatto corporeo. Anche Melanie Klein un’altra famosa psicoanalista, sostiene che le modalità affettuose o meno, con le quali l’alimento viene offerto potranno essere vissute come gradevoli o sgradevoli: il cibo viene allora considerato dal bambino come un oggetto che sarà investito del significato di buono o cattivo in relazione al modo in cui viene ricevuto.
I contributi di questi illustri psicoanalisti e in generale della Psicoanalisi e dell’Approccio Sistemico Relazionale mettono in evidenza la strettissima e solida connessione tra la psicologia e la nutrizione e spiegano quanto la nutrizione sia legata alle dinamiche intrapsichiche e vissuti relazionali dell’anoressica\bulimica con il suo sistema familiare, in particolare con la madre che nutre il proprio bambino donando il latte attraverso il seno. Ma quanto questo latte è stato donato con amore? Quanto la madre è attenta e si sintonizza con i bisogni del bambino? Questo è uno dei punti cruciali maggiormente attenzionato e studiato dagli psicologi. La suzione è associata alla dolcezza, alla tenerezza e all’amore ma anche all’aggressività mediante il morso. Pertanto l’atto del mangiare va al di là della sua funzione nutrizionale e acquista una funzione simbolica ed espressiva di un disagio che può avere origine dalla qualità del legame di attaccamento con il caregiver. Per esempio, chi è preda della fame emotiva, afferra veracemente tutto il cibo che ha a disposizione nel frigorifero o nella credenza ma perché lo fa? Si tratta di fame fisiologica o sono implicate emozioni così intense che si fa fatica a gestire? Ed ecco che, in questo caso, s’investe l’alimento di un significato che va al di là del valore propriamente nutrizionale e che risponde a codici di tipo affettivo, relazionale e sociale.
Ed è questa richiesta di fame d’amore che l’anoressica chiama il mondo a rispondere.
A tutti gli effetti, l’anoressica si presenta come una tela spoglia e delirante, eppure la nostra lunga storia (letteraria, cinematografica, artistica e giornalistica) mette in evidenza quanto abbiamo sottovalutato il problema e noi, in qualità di società, siamo confusi da questa peculiare malattia così prontamente travisata e spesso vissuta con orrore e incomprensione.
Ben nota da oltre 300 anni, l’anoressia si presenta come una delle malattie più gravi che si possono riscontrare per una certa fascia di età. Le direttive diagnostiche dell’ICD 10 illustrano che la perdita di peso è classicamente ottenuta con la restrizione alimentare, ma può verificarsi anche con ulteriori misure di riduzione del peso (p. es., abuso di lassativi/diuretici, vomito autoindotto, un eccessivo esercizio fisico). Può essere presente, inoltre, una distorsione dell’immagine corporea, sottoforma di una specifica sintomatologia per cui il terrore di diventare grasso persiste come un’idea prevalente intrusiva e la persona si impone un limite di peso basso.
Il corpo efebico dell’anoressica, la scomparsa del ciclo mestruale, l’assenza delle caratteristiche forme che rendono il corpo “attraente” possono essere considerati come dei tentativi di fermare il tempo del qui e ora e dell’orologio biologico e di tornare indietro all’infanzia. Freud sosteneva, a questo proposito che l’anoressia potesse essere inquadrata come una condizione patologica di regressione alla prima fase dello sviluppo psico-sociale, ossia la fase orale nella quale il bambino conosce il mondo attraverso la bocca e vive la prima esperienza relazionale con il primo oggetto d’amore, ossia la madre.
Si regredisce quando si percepisce che la forza del legame d’amore e la coesione è soltanto fittizia e illusoria. Il tentativo dell’anoressica attraverso il sintomo è di definire un confine tra il me e il non me e di ri-definire un assetto familiare che non funziona. Il “tornare indietro” attraverso la malattia è un tentativo estremo di riparazione di un legame che non soddisfa. L’anoressica sembra infatti sospesa tra un passato e un presente, tra un qui e un allora da rileggere e ricostruire.
La bulimia rappresenta l’altra faccia della medaglia dell’anoressia dove non c’è più un corpo scheletrico che vince sulla fame ma una dolorosa perdita del controllo quando si mangia e nella compulsione la bulimica esprime i suoi vuoti interiori e un profondo senso di inadeguatezza. Tende a mantenere apparentemente inalterata la propria immagine di persona efficiente e socialmente inserita, mentre vive in maniera profonda la disperazione di chi non riesce a prendere contatto con se stessa e con i propri desideri se non in un circolo vizioso di vuoto- pieno. Nella persona Bulimica vi è la presenza di un vuoto che si riempie di cibo che serve ad acquietare momentaneamente e illusoriamente la fame del cuore e poi si svuota in quanto si percepisce che non c’è nessuno lì pronto ad accogliere la richiesta d’amore.
Un corpo scheletrico, un corpo obeso, un corpo mortificato, un corpo che veicola messaggi. “Il mio corpo è l’unica cosa che sento che mi appartiene; rappresenta la mia identità e anche il mio malessere”. Un malessere che trova spesso significato nella relazione con l’altro. Il corpo è un confine tra il me e il non me. È qualcosa di visibile all’altro e che mi consente di comunicare la bellezza ma anche il dramma”.
…Il dramma di un elefante che come ci ricorda la famosa canzone di Michele Zarrilli, si trascina lento il peso addosso e che vive la vergogna e mangia da solo e nessuno sa che dolore sognare per chi non può mai…Il corpo è un confine ma può diventare un limite ingombrante quando si prova vergogna e senso di inadeguatezza e quindi ci si nasconde dentro qualcosa che non ci piace ma che utilizziamo per esprimere il dolore. Può un elefante diventare una farfalla? Non è possibile e non sarebbe giusto. Ma penso che ognuno di noi può invece imparare a coltivare un cuore di farfalla mediante un processo di consapevolezza e imparando, un passo alla volta, a riconoscersi come persona di valore grazie a relazioni che incoraggiano la crescita e l’autodeterminazione.
Un film che mostra molto bene la condizione di regressione e di spinta al limite che le persone con disturbi alimentari manifestano è il film To The bone – Fino all’osso in cui la protagonista, la ventenne Ellen, interpretata dalla talentuosa Lily Collins, soffre di una grave anoressia dalla quale non desidera guarire. Questo è un tratto tipico delle anoressiche che si aggrappano al sintomo come l’unica ancòra di salvezza e quando mettono su dei chili, lo vivono come una catastrofe in quanto il sintomo, è l’esternalizzazione di vissuti faticosi che utilizzano il corpo, efebico e scarno come canale di comunicazione. Infatti, il corpo è l’unica parte che è possibile tenere sotto-controllo a dispetto dei legami che invece non nutrono come si desidera. Il film mette in luce con estremo realismo, il sentimento di disperazione vissuto da coloro che soffrono di disturbi alimentari, di incomunicabilità e incomprensione. Ellen, vive all’interno di una famiglia “disfunzionale” rappresentata da un padre assente e incapace di soddisfare gli emergenti bisogni di accudimento di Ellen, dalla sorella Kelly il suo unico punto di riferimento affettivo e dalla matrigna Susan, fredda e severa. Queste sono le uniche a preoccuparsi realmente della condizione clinica di Ellen e lottano per lei. La madre di Ellen è vissuta come una figura lontana <<dallo sguardo altrove>> che si è arresa alla malattia della figlia e completamente immersa nella sua relazione d’amore con un’altra donna. È questo il ritratto di famiglia che viene restituito in tutto il suo crudo realismo e che mette molto a disagio lo spettatore.
Ellen alla fine ce la farà ad uscire dal vortice seduttivo dell’anoressia o trionferà il suo disperato desiderio di morte? Ed è in quella casa per ragazzi anoressici, gestita dal Dr William Beckham, un medico empatico e brillante che ha intuito che l’anoressia e la bulimia sono patologie del legame d’amore, dove Ellen vive reali esperienze di sintonizzazione autentica e profonda, di condivisione di un vissuto simile e di reciproco incoraggiamento. In quella casa è stato possibile cominciare a stare bene. Ellen alla fine guarisce quando riesce a stabilire una connessione con il mondo esterno e in particolare con la madre, da cui si è sentita abbandonata. Assistiamo a un “ritorno a casa”, un passaggio che ha lo scopo di una riappropriazione di parti di sé caotiche che ora riacquistano il senso mediante il compimento della funzione materna che si sintonizza con i bisogni del figlio e li convalida. La donna infatti nelle ultime scene nutre Ellen con un biberon, tenendola stretta a sé, come se la stesse allattando al seno. Ecco, sarà questo il gesto che segnerà la rinascita del sé Ellen mediante la ricostruzione dell’antico legame oggettuale. Dal momento in cui la richiesta di fame d’amore è stata compresa e accolta, sarà possibile rifiorire.